Classical & Contemporary

Ordine dell’amore o amore dell’ordine?

Qualche precisazione sull’ordo charitatis

Pasquale Porro

May 16, 2025

In un’intervista a Fox News Il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance ha fatto ricorso alla nozione tradizionale di ordo amoris per sostenere che ogni Paese ha il dovere di dare priorità al benessere dei suoi cittadini rispetto a quello di tutti gli altri (per esempio, gli immigrati, colpito da una campagna di espulsioni condotte in modo plateale e indecoroso, se non disumano): «C’è questo concetto tradizionale, che penso sia molto cristiano, tra l’altro, che ami prima la tua famiglia, poi ami il tuo vicino, poi la tua comunità, poi i tuoi concittadini nel tuo paese, e solo dopo puoi concentrarti e dare priorità al resto del mondo. Gran parte dell’estrema sinistra ha completamente invertito quest’ordine. Sembra che odino i cittadini del loro stesso Paese e si preoccupino di più di quelli che vivono al di fuori dei loro confini. Non è questo il modo di gestire una società».

Ci sono massime o detti che si cristallizzano a poco a poco, e acquisiscono gradualmente un carattere di autorevolezza o autorialità (diventano auctoritates, nel significato medievale del termine). Una di queste massime è quella che recita: «charitas bene ordinata incipit a se ipso» – «l’amore (di carità) ben ordinato comincia da sé». L’idea di un ordine dell’amore o della carità ha una sua origine scritturale nel Cantico dei cantici, e più precisamente in un versetto che compare nella Vulgata latina (2,4: «Introduxit me in cellam vinariam / Ordinavit in me charitatem»; nella Bibbia della Cei si legge invece, per esempio: «Mi ha introdotto nella cella del vino / e il suo vessillo su di me è amore»); significativamente, è una frase detta dall’innamorata (dalla «malata d’amore») al suo amato, che non riguarda alcuna gerarchia nelle relazioni d’amore (e men che meno nei rapporti sociali). Il passo tratto dall’epistolario paolino (Prima lettera a Timoteo, 5,8) evocato a sostegno di Vance da alcuni vescovi conservatori americani non è in alcun modo pertinente: l’Apostolo scrive che non si prende cura dei suoi cari, e della sua famiglia in particolare, rinnega la fede ed è peggio di un infedele, ma non suggerisce nessun ordine o nessuna gerarchia tra coloro che vanno amati o tra le forme di amore.

Come tale, il principio secondo cui l’amore ben ordinato comincia da sé stessi non compare né in Agostino d’Ippona né in Tommaso d’Aquino. Tuttavia, l’elaborazione teorica di un ‘ordine dell’amore’ ( ordo amoris o ordo charitatis) viene di solito attribuita ad Agostino, i cui scritti (in particolare, La città di Dio) avrebbero esercitato un influsso decisivo nella conversione di Vance al cattolicesimo, e dovrebbero ovviamente essere più che ben noti al nuovo pontefice, che appartiene all’Ordine degli Eremitani di Sant’Agostino (ma sulle vicende intellettuali di questo terzo grande Ordine mendicante, dopo Domenicani e Francescani, ci sarebbero tante cose interessanti da ricordare e precisare, come il fatto che nel Medioevo, e più precisamente nel Capitolo di Firenze del 1287, la figura di riferimento dottrinale sia stata individuata dagli Agostiniani nel teologo scolastico – ben vivo e vegeto, in quel momento! – Egidio Romano, e non in Agostino stesso). In effetti, nel XV libro della Città di Dio (c. 22) Agostino scrive: «Ogni creatura […] pur essendo buona, può essere amata con un amore buono o cattivo; buono quando si rispetta l’ordine, cattivo quando l’ordine viene turbato. […] Perciò mi pare che si possa definire la virtù, in modo conciso ed efficace, come ordine dell’amore». Anche in questo caso il contesto fa riferimento però all’amore per così dire fisico, e in particolare all’esegesi dell’episodio della Genesi (6,1) in cui si dice che «i figli della città di Dio», cioè coloro che appartenevano alla comunità della Chiesa pellegrina in questo mondo, presero ad amare «le figlie degli uomini», che vivevano secondo la carne, per la loro bellezza. È la bellezza dei corpi a essere in gioco: bellezza che è certamente opera di Dio – per Agostino – e in quanto tale non va per nulla disprezzata, ma che diviene oggetto di un amore sbagliato, disordinato, se viene anteposta all’amore di Dio.

È alla luce di questa stessa visione che va interpretato anche il passo tratto dalla Dottrina cristiana (I, 22, 23) che viene ugualmente sempre chiamato in causa a proposito dell’ordine dell’amore. «Quattro dunque sono le cose che dobbiamo amare» – scrive qui Agostino –; «una è sopra di noi [Dio], un’altra siamo noi stessi, una terza ci è assai vicina [gli altri uomini], una quarta è inferiore a noi [il corpo o i corpi]». Prendendo questo elenco come una gerarchia, verrebbe effettivamente da pensare che l’amore per sé sia anteposto a quello per gli altri. Agostino però aggiunge che mentre il secondo e il quarto tipo di amore sono naturali («una elementare norma naturale comune anche agli animali»), e non hanno bisogno perciò di alcun precetto, siamo invece tenuti all’amore per Dio e per il prossimo (il che vuol dire, seguendo questa indicazione, che tutte le politiche di inclusione non sono uno sterile inutile orpello, o un pericolo, ma qualcosa di necessario, dal momento che l’amore per gli altri non è per nulla scontato, ma va coltivato). E non a caso questi due precetti – continua Agostino – sono riunificati nel ‘nuovo’ comandamento dato da Gesù: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente, e amerai il prossimo tuo come te stesso». Chi invece non ama gli altri suoi simili, ma intende piuttosto dominarli, cade in una superbia intollerabile. Non c’è dunque nulla, in Agostino, che legittimi la convinzione che il concetto cristiano di ‘ordine dell’amore’ consista nel fatto che si ama prima la propria famiglia, poi il prossimo, poi la propria comunità, poi i propri concittadini e poi il resto del mondo. Per Agostino, tutti gli uomini debbono essere amati ugualmente (La dottrina cristiana, I, 28, 29); solo dal punto di vista pratico, se non è possibile intervenire a vantaggio di tutti, ci si deve preoccupare di coloro a cui si può realmente essere utili, perché sono vicini per circostanze di luogo o di tempo o anche semplicemente per sorte.

Considerato il caso di Agostino, resta quello di Tommaso d’Aquino, a cui pure viene riportata l’interpretazione dell’‘ordine dell’amore’ proposta da Vance. Ma in realtà è ugualmente difficile leggere Tommaso in questo modo. Nella Somma di teologia (e più precisamente nelle Secunda Secundae – la ‘seconda parte della seconda parte’ – qq. 25 e 26) Tommaso concede che ovunque v’è un principio primo, deve anche esservi un ordine (delle cose che seguono): se dunque Dio è principio primo del bene e dell’amore, vi sarà un ordine dell’amore o della carità. Ma tale ordine, per questa stessa ragione, dipende essenzialmente ed esclusivamente dal rapporto che gli oggetti di amore hanno verso Dio (q. 26, art. 1). L’ordine dell’amore, come in Agostino, non può che partire dal principio, per includere poi angeli e uomini (senza una distinzione originaria tra sé e gli altri), e arrivare infine ai corpi, che partecipano del bene e dell’amore in modo indiretto, per sovrabbondanza (q. 25, art. 12). Anche qui non c’è alcun riferimento diretto al fatto che si debba privilegiare sé e la propria comunità rispetto al resto degli uomini. E anche quando (q. 26, art. 4) Tommaso si chiede se l’uomo debba amare con carità se stesso più che il prossimo, il registro della risposta è sempre quello della distinzione tra natura spirituale e natura corporea. Amare prima o più sé che gli altri vuol dire essenzialmente preservare l’integrità della propria natura spirituale: l’amore di sé è ‘ordinato’ solo in quanto partecipa dell’amore divino e del bene divino. È questo l’ordine dell’amore: un ordine verticale, e non l’ordine orizzontale – a cerchi concentrici – che va da sé e dalla propria famiglia alla comunità di appartenenza e solo da ultimo al resto del mondo. Come Tommaso precisa in questo stesso luogo (ad 3um), il bene comune è sempre più amabile di quello proprio, come il bene del tutto è sempre preferibile a quello di una parte. L’amore ordinato non è quello subordinato ai propri interessi e a quelli della nostra cerchia: è quello che si oppone al male di ogni peccato. Non rientra dunque nell’ordine dell’amore – come lo concepisce Tommaso – espellere dal proprio territorio in condizioni indecorose, disumane e di pericolo chi non appartiene alla nostra comunità storica contingente, né lasciar morire di fame e sete, in un gommone nel Mediterraneo, chi è in cerca di una vita migliore. Non si può e non si deve confondere l’amore per l’ordine (sociale) con l’ordine della carità.

Ps: al di là di un celebre scritto di Remo Bodei (Ordo amoris. Conflitti terreni e felicità celeste , il Mulino, Bologna 1991) il più bel libro sull’ordine della carità l’ha scritto, in francese, un italiano, Alberto Frigo, che insegna ora Storia della filosofia all’Università di Milano: Charité bien ordonnée. De Saint Augustin à Goethe, Les Éditions du Cerf, Paris 2021. Sarebbe bello potersi soffermare qui sul modo in cui Goethe rimodula l’ ordo agostiniano, ma preferisco riprendere da Frigo la citazione iniziale tratta dal commento al Cantico dei Cantici di Madre Angélique Arnauld (1591-1661), celebre badessa di Port-Royal: « È un detto comune che la carità ben fatta inizia da sé stessi: ma spesso si abusa di questo detto per come lo si interpreta; perché la carità ben fatta non inizia da sé stessi mettendosi davanti agli altri, ma rallegrandosi di essere sotto tutti e disprezzati dagli altri, non per amore loro, visto che loro non ci guadagnano niente, ma per amore verso noi stessi, perché è un vantaggio per noi».

Questo intervento è stato pubblicato su La Rassegna de Il punto del Corriere della Sera, in data 16.05.2025

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