Nei giorni scorsi si sono tenute a Roma le quattro lezioni/conferenze sull’Anticristo di Peter Thiel, fondatore (con un altro manager intellettualmente molto attivo, Alexander Karp) eprincipale azionista di Palantir, il colosso mondiale dell’analisi dei dati, ma in passato anche fondatore, con Max Levchin, di PayPal, e principale finanziatore esterno di Mark Zuckerberg nell’espansione di Facebook. Sono state conferenze ad accesso più che riservato, organizzate dall’Associazione Culturale Vincenzo Gioberti («una voce conservatrice» il cui «sogno» è quello di «restaurare l’unità spirituale degli Italiani a partire dall’identità cattolica, dalle piccole patrie, e dalle pratiche ereditate dall’Antico Regime»), e dal Cluny Project, che figura come incorporato (anzi «incubated») nella Catholic University of America (CUA), Washington, DC. L’evento ha tuttavia creato più di un imbarazzo: l’Angelicum – inizialmente accreditato come sede delle conferenze a Roma, e addirittura come coorganizzatore dell’iniziativa – ha dovuto smentire ogni forma di coinvolgimento diretto, e la CUA ha preso ugualmente le distanze.
Le conferenze romane di Thiel – si presume – dovrebbero essere state modellate su quelle tenute a San Francisco nel settembre 2025 o a Cambridge nel gennaio 2026 (su invito di James Orr, il teologo consigliere di Nigel Farage). Ho scritto «si presume» perché in realtà la possibilità di assistere alle conferenze è vincolata al rispetto assoluto della Chatham House Rule, cioè la regola adottata nel 1927 dal Royal Institute of International Affairs, e poi riformulata nel 2002, secondo cui i partecipanti a una riunione che prevede l’uso di tale regola sono liberi di usare le informazioni che possono ricavare dall’incontro, ma non di divulgare l’identità o l’affiliazione né di chi interviene né di tutti gli altri partecipanti. Fino all’ultimo momento la sede e gli altri dettagli organizzativi delle conferenze sono stati tenuti riservati, per essere poi comunicati solo ai partecipanti registrati e selezionati (a numero chiuso). Si può perfettamente comprendere come, dato il calibro del conferenziere e le sue opinioni ideologicamente sensibili, sia in questi casi necessario prevedere e far uso di qualche misura di cautela e protezione. Nonostante una delle idee di fondo attribuite a Thiel sia quella di affidare il progresso dell’umanità (o almeno di una parte di essa) allo sviluppo scientifico e tecnologico, e di denunciare coloro che si oppongono alla scienza, non si può già fare a meno di notare come la riservatezza, l’anonimato, la circolazione chiusa delle informazioni incarnino di per sé l’atteggiamento più antiscientifico che si possa immaginare. Parlare davanti a un uditorio preselezionato che è già orientato ad approvare quel che il conferenziere dirà, con un moderatore anch’egli concordato e gradito, somiglia molto più a una echo chamber – a una camera di risonanza destinata solo a consolidare e polarizzare le convinzioni già ben radicate di coloro che vi partecipano – che a un genuino momento di confronto scientifico o anche solo culturale o intellettuale. Occorre però fugare fin dall’inizio un possibile equivoco, anzi due.
In primo luogo, Peter Thiel non è uno di quei manager che coltivano la filosofia per passione nel tempo libero, avendone una conoscenza del tutto epidermica e dilettantistica (quelli a cui si rivolge, per intenderci, la fortunata pubblicistica del tipo «Seneca per manager»): Thiel ha studiato filosofia a Stanford (una sede non propriamente periferica o irrilevante), e per di più – contrariamente a quel che ci si potrebbe attendere – mostra di avere una maggiore familiarità con i temi della filosofia continentale che con quelli tipicamente anglosassoni della filosofia analitica. In secondo luogo, la sua visione non si riduce affatto alle versioni caricaturali che spesso si leggono (per esempio, un supporto pieno e incondizionato all’ideologia MAGA e al trumpismo). Non intendo qui soffermarmi in alcun modo sulle simpatie politiche di Thiel, sui suoi legami con il vicepresidente J.D. Vance (che viene di solito presentato come una sua creatura) o sul ruolo che Palantir svolge nell’ambito della sicurezza interna (tramite il controllo e l’analisi di dati sensibili) e in quello delle operazioni militari (forse non solo americane) – su tutti questi aspetti, per altro, il Corriere ha già pubblicato diversi contributi (qui il ritratto dedicato a Thiel da Paolo Benanti su 7, qui quello di Milena Gabanelli e Massimo Gaggi per Dataroom e qui e qui due analisi di Luca Angelini sulla tecnodestra per la Rassegna). Penso invece valga la pena di spendere ancora qualche parola sui contenuti dottrinali o sulla proposta teorica di Thiel. Dichiaro subito – per doverosa trasparenza – che non ho avuto il privilegio di assistere di persona alle conferenze romane – e d’altra parte, se anche fossi stato ammesso, non potrei infrangere la Chatham House Rule. Ci si può tuttavia fare un’idea almeno generale dei contenuti delle lezioni facendo riferimento al lungo e dettagliato resoconto pubblicato dal Guardian sulle conferenze tenute a San Francisco nel settembre 2025 (J. Bhuiyan, D. Kerr, N. Robins-Early, Inside tech billionaire Peter Thiel’s off-the-record lectures about the Antichrist, 10 ottobre 2025, sottoposto anche preliminarmente al portavoce di Thiel, Jeremiah Hall) e anche al saggio The Straussian Moment, pubblicato originariamente nel 2007, ma più facilmente accessibile ai lettori italiani perché tradotto nella nostra lingua nel 2025 (P. Thiel, Il momento straussiano, a cura di A. Venanzoni, Liberilibri, Macerata 2025).
Perché dunque scegliere l’Anticristo come filo conduttore di questa serie di conferenze che Thiel sta proponendo in vari Paesi, e da ultimo a Roma? Verrebbe innanzi tutto da pensare alla matrice biblica della figura. Il fatto è che nelle Scritture l’Anticristo è una presenza secondaria, se non evanescente: compare esplicitamente solo nelle Lettere di Giovanni (1Gv 2,22; 1Gv 4,3; 2Gv 7) e implicitamente nel modo in cui, nella seconda Lettera ai Tessalonicesi, Paolo rilegge i segni precorritori della nuova venuta di Cristo che si ritrovano nell’Antico Testamento (Is 11,4; Ez 28,2; Dn 11,36), alludendo all’«uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, coluiche s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio» (2Ts 2,3-4). L’Anticristo non è dunque in senso stretto una figura scritturale, ma una creazione storica della successiva tradizione cristiana e in particolare (a partire da Ireneo) delle prime polemiche contro le eresie, in particolare quelle contro Marcione e gli gnostici: un modo insomma per demonizzare (di volta in volta) gli avversari. L’etichetta di «Anticristo» sarà poi così affibbiata nel Medioevo a tutti gli eretici o agli oppositori della Chiesa (per esempio, all’Imperatore Federico II), o anche inversamente alla Chiesa stessa e al papa, se considerato eretico e usurpatore (come sostiene Wyclif, alla fine del XIV secolo, nel proprio trattato sull’Anticristo, che è in realtà una denuncia della Chiesa storica mondanizzata a favore della Chiesa invisibile degli eletti). Abbiamo insomma a che fare con una figura mobile, funzionale, che assume nei secoli valenze molto diverse e perfino contrapposte (e i lettori italiani hanno la grande fortuna di poter ripercorrere queste trasformazioni fluide nei tre volumi L’Anticristo, curati magistralmente da Gian Luca Potestà e Marco Rizzi per la Fondazione Valla/Mondadori, Milano 2005-2019). Non è un caso che Thiel faccia sì riferimenti – come viene riportato – ai luoghi biblici prima citati, e in particolare alla profezia di Daniele sulla fine dei tempi, ma in realtà conceda che l’Anticristo si ritrova in quanto tale più nella letteratura fantastica (Swift), nei fumetti (Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons) e perfino in un manga di grande popolarità come One Piece (di Eiichirō Oda), al cui protagonista – il pirata «Cappello di Paglia» (ovvero «Monkey D Luffy») – vengono attribuiti tratti messianici nella misura in cui si oppone a un fantomatico «Governo Mondiale» che assume invece i tratti dell’Anticristo (e si comprende già come gli organismi sovranazionali incarnino in larga misura, agli occhi di Thiel, la tipologia contemporanea dell’Anticristo).
Ma al di là di queste esemplificazioni letterarie o di cultura «popolare», è proprio alla filosofia, e in particolare a Carl Schmitt (letto attraverso Heinrich Meier e la sua interpretazione unificante della teologia politica), che Thiel fa riferimento, e in particolare all’idea secondo cui l’Anticristo si impadronisce del mondo alla fine della storia seducendo le masse con le proprie promesse di pace e sicurezza. Da qui l’aspetto forse più noto, al livello delle comunicazioni di massa, delle posizioni di Thiel: l’Anticristo potrebbe quindi essere identificato con Greta Thunberg o Eliezer Yudkowsky (il teorico dell’Intelligenza Artificiale «amichevole»), con gli ambientalisti, con i difensori dei diritti delle minoranze, con la cultura woke. Le cose stanno in un modo un pochettino più complesso, il che tuttavia non significa che stiano in modo più rassicurante: il tema cruciale di Thiel (quello che si nasconde dietro la maschera dell’Anticristo) è appunto una questione di «teologia politica», ovvero il contrasto tra la violenza insopprimibile e ineludibile che appartiene intrinsecamente all’umanità e la convinzione che questa violenza possa essere arginata, contenuta, pacificata – per esempio attraverso organismi sovranazionali (come le Nazioni Unite, le istituzioni finanziarie internazionali, o ancor più l’ICC, il Tribunale Penale Internazionale – le versioni prosaicamente «mondane» del Governo Mondiale di One Piece!). Per Thiel sono gli ideali illuministici a essere miseramente falliti, ovvero l’idea che la razionalità possa addomesticare la violenza e illuminare il lato oscuro dell’umanità: «L’Occidente moderno ha perso la fiducia in se stesso. Nel periodo illuminista e post-illuminista, questa perdita di fede ha liberato enormi forze commerciali e creative. Allo stesso tempo, questa perdita ha reso l’Occidente vulnerabile» (Il momento straussiano, p. 43). Gli attentati alle Torri Gemelle hanno smascherato questa pia illusione (agli occhi di Thiel), e in modo tanto più lacerante e drammatico perché la violenza si è presa qui la sua rivalsa non nella forma della ribellione di masse di esclusi e diseredati, ma in quella della pianificazione voluta da un miliardario (Osama bin Laden) che odiava l’Occidente in nome di un’istanza squisitamente teologica e politica (anzi di un’istanza propriamente teocratica).
Non sorprende pertanto che Thiel associ a Schmitt altri due punti di riferimento essenziali: Leo Strauss e René Girard. Da Strauss, Thiel riprende – non senza qualche malcelato aggiustamento – l’appello all’azione, cioè il ricorso a «strumenti d’eccezione» per proteggere e rendere più efficienti le forme di governo, a partire da quella americana. In questo senso, ciò che Palantir – l’azienda di Thiel – offre al governo americano (e non solo ad esso, come detto) risponde perfettamente a questo scopo fondamentale: «La società più giusta non può vivere senza l’”intelligence”, cioè lo spionaggio, anche se “lo spionaggio è impossibile senza la sospensione di alcune regole del diritto naturale”» (L. Strauss, Diritto naturale storia, Neri Pozza, Venezia 1957, p. 160; Il momento straussiano, p. 45). L’elemento finale per completare la propria costruzione Thiel lo mutua da Girard, di cui Thiel stesso è stato allievo a Stanford, ed è quello della rivalità mimetica (fondata cioè sull’imitazione reciproca) tra gli uomini, che si placa non attraverso un patto o l’esercizio della razionalità, ma attraverso il meccanismo del capro espiatorio, ovvero la convergenza della violenza collettiva verso una sola vittima sacrificale: una violenza polarizzata che mette fine alla violenza di tutti contro tutti e permette di fondare la società. È un peccato che Thiel (che pure conosce e cita per esempio Roberto Calasso) non conosca la lettura «debole» di Girard proposta da Gianni Vattimo (il riconoscimento dell’innocenza della vittima sacrificale per eccellenza – Cristo – ha smascherato davvero definitivamente, una volta per tutte, la gratuità della violenza mimetica): ciò che gli interessa è piuttosto l’idea opposta secondo cui il ruolo fondante della violenza prodotta in modo intrinseco e strutturale dalla mimesi umana continua a restare negato, occultato, nascosto. La crociata di Thiel contro l’ambientalismo, il pacifismo internazionalista, gli atteggiamenti antiscientifici, le legittime preoccupazioni sull’Intelligenza Artificiale, la cultura woke – la crociata contro il «buonismo», come si direbbe in Italia – è così qualcosa di più della mera adesione al sovranismo e suprematismo della cultura MAGA; qualcosa di più dello squallido tentativo di raccattare consenso da parte di un elettorato impaurito e perbenista, spaventato dagli stranieri e dai «diversi» (come pure accade nel nostro Paese), e anche qualcosa di più di una mera questione di affari che colpiscono i più deboli, in una strana ibridazione di calvinismo e cattolicesimo (come sembrava suggerire il teologo Maurizio Gronchi nell’interessante intervista fatta da Alessandro Trocino nella Rassegna del 16 marzo). Thiel vuole restituire all’Occidente la fiducia in sé stesso, mostrandogli la verità sinistra e inquietante che aveva preteso di accantonare e dissimulare. La stessa scienza occidentale è entrata in una fase di stagnazione, da cui potrà riemergere solo liberandosi da lacci, vincoli, limiti, regolamenti – le stesse pastoie «buoniste» che limitano ora l’azione politica. Se mai obiettaste a Thiel di star realizzando l’incubo di Matrix nella realtà, vi risponderebbe – e in parte l’ha scritto – che in realtà siamo noi, o i «buonisti», a scegliere la famosa pillola blu dell’ignoranza comoda e tranquillizzante, che fa sì che si resti intrappolati nella simulazione, mentre la sua missione è invece quella di offrire la pillola rossa della verità dolorosa ma effettiva, cioè il disvelamento dell’insopprimibile lato inquietante e violento dell’umanità.
La crociata di Thiel è dunque in realtà una crociata contro la fiducia illuministica ormai infranta e ogni ottimismo della ragione; è una crociata contro la Modernità (anche perché, come già si diceva, l’ideale di scienza che ha in mente Thiel è diverso da quello – pubblico e progressivo – della Modernità: la scienza di Thiel è in effetti tecnologia dai fini ben precisi, e non sapere disinteressato e aperto, dunque la crociata contro coloro che si oppongono alla scienza è essa stessa intrinsecamente antiscientifica). E in questo senso la portata di tale crociata ha effettivamente una dimensione apocalittica: meglio una catastrofica guerra «giusta» che una pace globale ingiusta. Siamo alla fine dei tempi, e per quanto l’Occidente cristiano dovrebbe essere tenuto a optare per la pace, è bene che non deponga le armi, e che anzi si prepari a riconoscere e contrastare la violenza che accompagna da sempre l’umanità. Il legno storto dell’umanità è destinato a restare tale, e l’accetta per la potatura dev’essere sempre pronta e affilata. Palantir è lì anche per questo (e verrebbe da chiedersi se le teorie di Thiel siano una giustificazione a posteriori di ciò che la sua azienda fa, o se la l’azienda sia stata fondata per rispondere alle esigenze sollevate da queste stesse teorie – o l’una cosa e l’altra, in una sorta di circolo).
* * *
Due note per concludere. La prima richiede una piccola premessa: è sempre odioso mischiare le vicende private con le questioni pubbliche e ancor più con le convinzioni teoriche. È odioso e non posso che fare già ammenda. Però è inevitabile chiedersi – anche solo in astratto – se Thiel avrebbe mai potuto sposare il suo compagno, nel cuore della vecchia Europa, e avere una bambina, se la cultura illuministica dei diritti e dell’inclusione non avesse a poco a poco sdoganato questi diritti – quegli stessi diritti che buona parte dell’associazionismo conservatore cattolico che invita Thiel per le sue conferenze, e ne diffonde e propugna il pensiero, rigetta e non intende in alcun modo riconoscere. La domanda allora è: fino a che misura è lecito blandire o anche solo cavalcare una posizione ideologica stando alla quale le proprie scelte di vita personali e la propria felicità non avrebbero diritto di cittadinanza?
La seconda: come detto, l’Anticristo ha assunto nella storia della teologia cristiana vesti assai diverse, tanto da essere identificato di volta in volta sia con gli eretici sia con i loro persecutori apparentemente ortodossi (se c’è un solo aspetto veramente caricaturale nelle posizioni di Thiel, è invece la sua ricostruzione interamente stereotipata e tipizzata del Medioevo, e di tutta la storia che precede la pace di Westfalia del 1648, considerata come la vera data di nascita della Modernità: un patto per sospendere la violenza). Nel Tractatus de tempore adventus Antichristi (Trattato sul tempo dell’avvento dell’Anticristo) redatto in diverse fasi tra il 1297 e il 1300, il celebre medico e astrologo catalano Arnaldo da Villanova ipotizzò una data più o meno precisa (il 1368) per la venuta dell’Anticristo, appropriandosi per tutt’altro scopo dei calcoli cabalistici che riguardavano invece la venuta del Messia. Le tesi di Arnaldo furono condannate dall’Università di Parigi, e duramente avversate soprattutto dai teologi domenicani, poco inclini – sulla scia di Tommaso d’Aquino – ad attribuire qualsiasi rilievo fondamentale alla figura dell’Anticristo (sarebbe pertanto stata una triste ironia della storia se l’Angelicum, l’Università domenicana di Roma, avesse davvero ospitato le conferenze di Thiel). Arnaldo reagì con altrettanta durezza, componendo a Marsiglia, nel 1304, un trattato dal titolo significativo (e antibuonista!) Gladius iugulans thomatistas (La spada che sgozza i tomisti): il bersaglio polemico è rappresentato proprio da quei domenicani che, seguendo Tommaso, giudicavano sterile e superstizioso ogni tentativo di scrutare il futuro e di prevedere la venuta dell’Anticristo (per Arnaldo, un altro stratagemma dell’Anticristo stesso!). Personalmente, simpatizzo per l’ottimismo e il razionalismo dei seguaci di Tommaso: meglio lasciar perdere sia l’Anticristo, sia soprattutto la spada. Specie se sorretta da un apparato tecnologico e di «intelligence» senza precedenti.